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sabato 5 settembre 2015

Tra Petra e il Cadore

Il monastero di Petra, e la cima del Sassolungo di Cibiana.




 Le rocce del Wadji Rum, e quelle delle guglie sotto Punta Serauta, sulla Marmolada




 Così lontane, cosi simili: due affinità visive tra altrettante meraviglie della creazione naturale, e umana. Si dice che in certi posti ci si sente più vicini all'essenza delle cose. Forse una frase fatta. Eppure in queste circostanze suona bene davvero.

mercoledì 11 gennaio 2012

La voce del muezzin

La straordinarietà della Giordania dunque, se c'è, è legata al fatto che riesce a metterti al cospetto di luoghi sacri per tre religioni distinte, nell'arco di pochi giorni o centinaia di chilometri; senza farti percepire il pericolo di questa distanze ravvicinate, come probabilmente invece succede nella vicina Israele. Alla fede Cristiana ti senti vicino come non mai a Betania, piuttosto che dall'altura del monte Nebo; A quella ebraica resti a distanza, ma ne percepisci la presenza soprattutto a Gadara, alla stessa Betania osservando l'altopiano di Gerusalemme; sul mar morto. La religione islamica ti sfiora continuamente, anche ti rimane sempre un po' imperscrutabile, se non altro per la difficoltà di accesso ai templi, ovvero alle moschee.
C'è un momento, prima o poi tuttavia, che la partecipazione a questo credo si manifesta vicino a te in piena suggestione. A noi è successo a Petra, all'interno di un templio, una caverna buia mentre tutto fuori era luce; la nostra guida ha raccolto la voce, ha intonato per alcuni lunghissimi secondi la melodia tipica del muezzin. Siamo rimasti senza parole. Così come all'alba dell'ultima notte ad Amman, alloggiati in un hotel di rimpetto ad una moschea: da quest'ultima ha iniziato a risuonare quel richiamo. E' stato uno dei risvegli più insoliti di sempre. Ma certo, anche dei più suggestivi.  


(novembre 2007)

Niente come il deserto

 Il deserto? Mi piace perché è pulito”. Pare che questa sia stata una celebre citazione di Lawrence d'Arabia. Forse non l'ha detta veramente, ma l'affermazione – per chi è stato nel Wadi Rum, in Giordania – appare assolutamente verosimile. E non solo in senso letterale. Mentre ti muovi nel deserto, mentre gli occhi osservano il nulla intorno tranne sabbia e rocce, parallelamente è all'interno che avverti la pulizia: le mille, piccole cartacce mentali che ti affollano quotidianamente dentro sembrano sparire, ed il silenzio è la miglior colonna sonora per l'operazione. L'esperienza che posso raccontare non spazia oltre qualche ora di un giorno assolato – ma non torrido – di fine novembre. Il Wadi Rum l'ho pressoché transitato, tra la sorgente del Lawrence, le grandi dune, la gola con le iscrizioni rupestri e le immense coste rocciose che appaiono giganteschi profiterol cristallizzati; paradossalmente, è proprio scendendo dalla più alta delle onde di sabbia che ho ricevuto una telefonata cellulare, brusco richiamo alla quotidianità. Per il resto, tuttavia, il silenzio è stato quasi una consegna. Sul retro del fuoristrada delegato a trasportarci, in special modo sulla via del ritorno verso il villaggio beduino, osservare quel mondo inospitale, suggestivo e normalmente lontano fungeva come da grimaldello alle parole. Ad Aqaba un residente ci ha raccontato che più di una volta, durante l'anno, sale fin quassù per passare qualche notte con amici beduini, sotto il solo cielo stellato che - pare - visto da qui non abbia pari. Non è troppo difficile credergli sulla parola. 

(novembre 2007) 
(novembre 2007)

Velarsi in Giordania

 In tempi in cui la nazione islamica più laica (la Turchia) ammette l'utilizzo del velo per le studentesse in università, è fisiologico guardare con rinnovata preoccupazione alla prospettiva d'espansione di una cultura che, nel suo passato anche recente, è arrivata a noi spesso con le immagini di donne vessate e segregate, quando non di peggio.
Proprio perché le esperienze dirette sono generalmente le migliori, va detto però che la popolazione femminile osservata in Giordania appariva tutt'altro che vittima di imposizioni o fronteggiamenti. Più e più volte, nell'arco di una settimana, abbiamo visto donne velate ed altre vestite in modo “occidentale” condividere i sedili di un mezzo pubblico o il divano di un pub, darsi la mano nella fila di una classe scolastica, o affollare una accanto all'altra un negozio di spezie. In nessun caso sembravano fronteggiarsi, all'opposto - specie quelle in età scolare, com'è normale – erano coinvolte in atteggiamenti amichevoli o spensierati; nessuna “barriera” insomma pareva porsi tra loro in funzione del velo, semplicemente un diverso modo di vestirsi. Un'impressione apparsa particolarmente viva osservando le scolaresche a Madaba, o in particolare le allieve di una scuola turistica così entusiaste e gentili nel porci un questionario all'ingresso nel deserto di Wadi Rum.
L'approfondimento, tuttavia, si è fermato qua: non abbiamo insomma la prova provata che chi indossa il copricapo lo faccia effettivamente per scelta, e non per imposizione. Certo, nella mentalità giordana persiste una certa subalternità della donna al ruolo dell'uomo, che infatti può scegliere di avere ancora fino a 4 mogli (“ma solo per riparare alle eventuali scappatelle”. Diceva la nostra guida Ibraim), al contrario di quanto può fare la donna. Tuttavia la popolazione femminile sembrava tutt'altro che circondata da un'atmosfera cupa. E, col beneficio d'inventario, ci piace confidare che, almeno in molti casi, la scelta del velo sia uno “star meglio con sé stesse” cui eventualmente poter fare a meno, da domani per sempre o solo in certi intimi (e intensissimi) momenti. 


(novembre 2007)

Sospesi nell'occhio. Del ciclone

Ho letto una volta che stare in Giordania sembra un po' come trovarsi nell'occhio di un ciclone; tutto intorno è tempesta, e solo lì le cose appaiono quiete. Vista alla fine del 2007, l'espressione appariva calzante: tra Amman e Jerash, tra Aqaba e Madaba nessuna tensione latente, ma una diffusa consapevolezza di quello che è avvenuto, avviene o potrebbe avvenire nel resto del Medioriente. Ovvero, tutto intorno.


Questa sensazione la si avverte potente a Gadara (Um Qeis) rimirando dall'alto il lago di tiberiade o, sulla destra, l'altopiano del Golan. Immaginarsi truppe più o meno sparute in agguato, su quei pendii piuttosto aridi, non è esercizio troppo difficile per la mente; la facilita anche il silenzio, pressoché ininterrotto, che contraddistingue la visita in una mattina di lunedì sotto il sole.


Già, il silenzio. Protagonista essenziale del transito a Betania. Mentre il mezzo di trasporto si avvicina lentamente al luogo battesimale di Gesù Cristo, è davvero facile convincersi di andare incontro alla storia. L'orizzonte è ampio, lungo, affusolato nella foschia; ti dicono che là, oltre quella collina e quella caliggine c'è Gerusalemme. Non stenti a crederlo, anche perché sulla destra intravedi, quella sì nitida, la città blindata di Gerico. Quando scendi dal mezzo già distingue reticolati e torrette immediatamente al di là del fiume Giordano: confine con Israele, discreto ma solenne.


Cammini un centinaio di metri in mezzo alla radura, non fitta peraltro. D'improvviso vedi 3 o 4 operai al lavoro intorno ad una fossa incurvata dove resta depositata un po' d'acqua. Eccolo, il luogo del battesimo. Il raccoglimento è inevitabile, anche perchè c'è chi ti ha chiesto di assumerlo, una volta qui. Fa buon gioco il silenzio, quello di cui sopra. E sotto, invece, c'è la storia dell'uomo; di un uomo, in particolare, la storia più grande mai udita ad oggi. Sembra ieri, o forse no, dal momento che immagini come quel luogo dovesse essere ben più affollato all'epoca; epperò ci sono luoghi in cui ti pare che le vicende del pianeta siano sospese, è questo è sicuramente uno di quelli.


Qualche giorno più tardi, transitati per Amman, come sul deserto o addirittura per Aqaba, arrivi a supporre che la Giordania sia un po' l'attuale depositaria di questo stato di sospensione. Difronte ad Aqaba vedi Eilat, tanto vicina da sembrare la medesima città. Eppure quella è altra cosa, è Israele: cieli controllati, come cantò la Mannoia; transiti centellinati, edifici blindati, diffidenze diffuse. Del vicino Iraq hai purtroppo sentito urlare a lungo, negli ultimi anni; figurarsi della Palestina, striscia di Gaza, Ebron; tutte località ad un tiro di schioppo da questa nazione. La quale, invece, sembra star lì apposta, quasi in punta di piedi, a testimoniare sotto voce: si può convivere con meno terrore, anche se professando credo diversi. Diversi, nei dintorni, neppur l'ascoltano, e forse non è poco che la lascino stare. Almeno finché non tirerà più fuori dalla sua terra la voce. O magari, il petrolio che oggi non ha. 




(novembre 2007)

Rifiugio Petra, Giordania

Ci sono attimi stupendi, che a volte hai la fortuna di vivere, in alta montagna. Sono quegli attimi in cui ti ritrovi da solo, lassù in alto, o al massimo in compagnia di poche persone. Tutto intorno ti circonda il cielo, la roccia e tanta neve; nessun rumore interferisce a colpo d'orecchio, salvo forse il fruscìo di qualche animale in lontananza. In quei momenti, quella inusuale capacità di concentrazione che ti è data dalla quiete ti costringe a considerare di quanta forza, nonché bellezza, sia capace la natura. E gli sei grato, per poterne essere partecipe, almeno per qualche attimo di serenità pura.


Non avrei mai pensato di poter rivivere la stessa sensazione in un ambiente diverso, molto più prossimo all'Equatore, e soprattutto forgiato dall'uomo non meno che dalla natura. E' quello che invece mi è successo a Petra, una mattina di novembre, baciata dal sole. Un giorno feriale, in periodo di bassa stagione, tale da non farci percepire mai la sensazione di affollamento turistico. Un giorno che ti ha sorpreso sin dal primo sguardo fuori finestra, rapito da una cordigliera di rocce ocra, apparentemente a portata di mano fuori dall'hotel. E che ti ha risucchiato lentamente verso la meraviglia, scendendo a passo lento lungo quell'incredibile corridoio-gola chiamato siq, fino al fulgore non disatteso del “tesoro”, il primo spettacolare tempio scavato nella roccia cui ci si imbatte lungo il percorso.


A quel punto sono già diverse decine di minuti che ti sorprendi a constatare quanto una meta fortemente turistica come quella sia ampiamente meritoria di tale fama, anzi neppure troppo estesa dalle nostre parti, a giudicare anche dalle scarse presenze italiche (molti più numerosi francesi e spagnoli). L'occhio non finisce di sorprendersi, e peraltro ignora che ancora per ore dovrà lavorare di stupore. Nel frattempo Ibrahim, la nostra guida giordana, ci conduce verso l'anfiteatro, letteralmente scavato nella roccia alla pari di quasi tutto il resto. Il tempo di scherzare con una delle tante giovanissime ambulanti, che dice di voler andare a Milano da grande (“a fare che?”, l'apostrofo scherzosamente) e poi io e il mio gruppo rimaniamo pressoché soli. Sette, nove persone al massimo, momentaneamente isolate in questa gola del mondo e della storia, dove in cielo il sole è alto, all'orecchio non perviene rumore, e tutto intorno è sbalordimento allo stato puro per quanto gli uomini (i Nabatei) sono riusciti a fare, interagendo con quella materia atipica quanto al fine mirabile che è la pietra arenaria. Contro ogni mia attesa, il mio pensiero corre alle dolomiti, alle vette, ai vertici. Per un attimo ti illudi addirittura che siano dietro l'angolo; sono invece lontanissime tra loro, come gli attimi eterni che a volte costellano la vita di un uomo, degli uomini e della natura in relazione con questi. Eterni e lontanissimi; cionostante, impossibili da non cercare.


(novembre 2007)