“Il deserto? Mi piace perché è pulito”. Pare che questa sia stata una celebre citazione di Lawrence d'Arabia. Forse non l'ha detta veramente, ma l'affermazione – per chi è stato nel Wadi Rum, in Giordania – appare assolutamente verosimile. E non solo in senso letterale. Mentre ti muovi nel deserto, mentre gli occhi osservano il nulla intorno tranne sabbia e rocce, parallelamente è all'interno che avverti la pulizia: le mille, piccole cartacce mentali che ti affollano quotidianamente dentro sembrano sparire, ed il silenzio è la miglior colonna sonora per l'operazione. L'esperienza che posso raccontare non spazia oltre qualche ora di un giorno assolato – ma non torrido – di fine novembre. Il Wadi Rum l'ho pressoché transitato, tra la sorgente del Lawrence, le grandi dune, la gola con le iscrizioni rupestri e le immense coste rocciose che appaiono giganteschi profiterol cristallizzati; paradossalmente, è proprio scendendo dalla più alta delle onde di sabbia che ho ricevuto una telefonata cellulare, brusco richiamo alla quotidianità. Per il resto, tuttavia, il silenzio è stato quasi una consegna. Sul retro del fuoristrada delegato a trasportarci, in special modo sulla via del ritorno verso il villaggio beduino, osservare quel mondo inospitale, suggestivo e normalmente lontano fungeva come da grimaldello alle parole. Ad Aqaba un residente ci ha raccontato che più di una volta, durante l'anno, sale fin quassù per passare qualche notte con amici beduini, sotto il solo cielo stellato che - pare - visto da qui non abbia pari. Non è troppo difficile credergli sulla parola.
(novembre 2007)
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