Ci sono attimi stupendi, che a volte hai la fortuna di vivere, in alta montagna. Sono quegli attimi in cui ti ritrovi da solo, lassù in alto, o al massimo in compagnia di poche persone. Tutto intorno ti circonda il cielo, la roccia e tanta neve; nessun rumore interferisce a colpo d'orecchio, salvo forse il fruscìo di qualche animale in lontananza. In quei momenti, quella inusuale capacità di concentrazione che ti è data dalla quiete ti costringe a considerare di quanta forza, nonché bellezza, sia capace la natura. E gli sei grato, per poterne essere partecipe, almeno per qualche attimo di serenità pura.
Non avrei mai pensato di poter rivivere la stessa sensazione in un ambiente diverso, molto più prossimo all'Equatore, e soprattutto forgiato dall'uomo non meno che dalla natura. E' quello che invece mi è successo a Petra, una mattina di novembre, baciata dal sole. Un giorno feriale, in periodo di bassa stagione, tale da non farci percepire mai la sensazione di affollamento turistico. Un giorno che ti ha sorpreso sin dal primo sguardo fuori finestra, rapito da una cordigliera di rocce ocra, apparentemente a portata di mano fuori dall'hotel. E che ti ha risucchiato lentamente verso la meraviglia, scendendo a passo lento lungo quell'incredibile corridoio-gola chiamato siq, fino al fulgore non disatteso del “tesoro”, il primo spettacolare tempio scavato nella roccia cui ci si imbatte lungo il percorso.
A quel punto sono già diverse decine di minuti che ti sorprendi a constatare quanto una meta fortemente turistica come quella sia ampiamente meritoria di tale fama, anzi neppure troppo estesa dalle nostre parti, a giudicare anche dalle scarse presenze italiche (molti più numerosi francesi e spagnoli). L'occhio non finisce di sorprendersi, e peraltro ignora che ancora per ore dovrà lavorare di stupore. Nel frattempo Ibrahim, la nostra guida giordana, ci conduce verso l'anfiteatro, letteralmente scavato nella roccia alla pari di quasi tutto il resto. Il tempo di scherzare con una delle tante giovanissime ambulanti, che dice di voler andare a Milano da grande (“a fare che?”, l'apostrofo scherzosamente) e poi io e il mio gruppo rimaniamo pressoché soli. Sette, nove persone al massimo, momentaneamente isolate in questa gola del mondo e della storia, dove in cielo il sole è alto, all'orecchio non perviene rumore, e tutto intorno è sbalordimento allo stato puro per quanto gli uomini (i Nabatei) sono riusciti a fare, interagendo con quella materia atipica quanto al fine mirabile che è la pietra arenaria. Contro ogni mia attesa, il mio pensiero corre alle dolomiti, alle vette, ai vertici. Per un attimo ti illudi addirittura che siano dietro l'angolo; sono invece lontanissime tra loro, come gli attimi eterni che a volte costellano la vita di un uomo, degli uomini e della natura in relazione con questi. Eterni e lontanissimi; cionostante, impossibili da non cercare.
(novembre 2007)
Nessun commento:
Posta un commento