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martedì 15 novembre 2016

Cos'è arte p.2: 99 lupi alla fine del mondo



Se c'é un mondo verso il quale stiamo cercando sempre più spesso di viaggiare indubbiamente questo è Marte. L'”ammartaggio” della sonda Schiaparelli, il 19 ottobre scorso, è solo l'ultimo in ordine di tempo. L'uomo punta su Marte per recuperare tracce di una vita che forse un tempo c'era e poi non c'è stata più, ma potrebbe ancora essere utile alla nostra in termini di conoscenze.

Una delle ipotesi più verosimili è che 'qualcosa' di più o meno improvviso abbia posto fine alle forme organiche che un tempo popolavano quel pianeta, in seguito al fatto di averlo reso non più vivibile. Fantascienza, forse. Ma anche la storia del pianeta Terra probabilmente ha già registrato qualcosa di simile, 65 milioni di anni fa, con la scomparsa improvvisa dei dinosauri.

Giusto per fantasticare, immaginiamo che tutti noi umani improvvisamente lasciassimo il pianeta: magari non in modo tragico o violento, piuttosto perché grazie ad un'accelerazione di conoscenze trovassimo il modo di identificare una Terra gemella più ospitale e capiente, oltre al modo di trasferirci tutti. E mettiamo che nella 'fretta' dimenticassimo di completare le pulzie, lasciando qualche traccia in qua e là sul pianeta originario: che cosa troverebbe quindi, un alieno che arrivasse appena poco dopo che ce ne siamo andati?

Magari l'alieno si imbatterebbe un ufficio informatizzato caduto in disuso. In qualche schermo video rimasto acceso con la riproduzione in loop di filmati pià meno datati, siano essi la cronaca delle persecuzioni di Pinochet o i talk show pre-election day americani. Oppure, qualche manufatto un tempo conteso a caro prezzo, tipo una tela di Fontana o una scultura di Boccioni. Cumuli di materiali edili utilizzati nelle varie epoche, dalla pietra grezza al cemento armato. Vagando tra le nebbia magari l'alieno si arresterebbe difronte ad un gigantesco tronco d'albero millenario posato su un fianco dopo l'abbattimento. E alla fine, chissà, anche un branco di 99 lupi dal ghigno tutt'altro che amichevole, tanto da convincere l'alieno a riprender la via delle stelle.



La fine del mondo, inteso come pianeta umanamente popolato, potrebbe davvero presentarsi in questo modo? Così sembrano azzardare al Centro Pecci, la rinnovata versione del museo d'arte contemporanea di Prato riaperto a metà ottobre dopo tre anni di ripensamenti e lavori. “La fine del mondo” è il nome dell'esposizione di riapertura, in cui quasi per caso mi sono trovato a transitare un sabato pomeriggio. Scelta casuale e fortuita, perché coincisa con una performance di danza che per l'occasione ha attratto all'interno un pubblico eterogeneo e moderatamente animato, realizzando un'atmosfera ben lontana da quella cui solitamente si associa un museo di questo tipo.



Tra famiglie, bambini, universitari in cerca di aperitivo e coppiette di vario gusto sessuale, ho percorso 3mila metri quadri di installazioni in buona parte curiose, a volte coinvolgenti o divertenti. Su tutte cito quella firmata Henrique Oliveira. “transarquitectonica” (Questo è il nome dell'opera) è un percorso che comincia in una galleria di cemento e prosegue tra volte di mattoni, pietre e materiali sempre più grezzi: si continua per decine di metri a ritroso nel rapporto tra l'uomo e la terra, intesa in questo caso come grande 'cava' di materia costruttiva. Alla fine, ci si ritrova all'interno di un grande albero, dal quale si esce con espressione inevitabilmente sorpresa.

la parte finale di Transarquitectonica

interno di Transarquitectonica


Non è l'unica 'opera' che rapisce l'interesse, ma in definitiva quel che colpisce di più è l'insieme, ovvero l'accostamento tra espressioni artistiche (?) fortemente diverse tra loro: per epoche, tecniche, dimensione e messaggio. Dalla proiezione di documentari su dissidenti di vari regimi alla Venere di Savignano, esempio di scultura risalente al paleolitico; dalle “Forme uniche e continuità nello spazio” di Boccioni agli scolari dall'angosciante e vuoto sguardo realizzati da Tadeusz Kandor; fino ai 99 lupi imbalsamati, dislocati in varie pose a fine percorso secondo il volere di Cai Guo Jang.

Boccioni e Fontana

Tadeusz Kandor

Venere di Savignano


Il quesito che resta in testa, all'uscita dalla mostra, non è tanto “come ha fatto” questo o quell'artista a concepire o realizzare l'installazione, quanto il ricorrente dubbio di fondo: anche questa è arte? Dove si pone obiettivamente il confine tra ciò che è e ciò che non lo é?

L'enciclopedia Treccani contrappone due visioni: afferma che “in senso lato, è arte ogni capacità di agire o di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati”; aggiunge poi che “il concetto di arte come tèchne, complesso di regole ed esperienze elaborate dall’uomo per produrre oggetti o rappresentare immagini tratte dalla realtà o dalla fantasia, si evolve solo attraverso un passaggio critico nel concetto di arte come espressione originale di un artista, per giungere alla definizione di un oggetto come opera d’arte. Nell’ ambito delle cosiddette teorie del ‘bello’, o dell’estetica, si tende infatti a dare al termine un significato privilegiato, per indicare un particolare prodotto culturale che comunemente si classifica sotto il nome delle singole discipline di produzione, pittura, scultura, architettura, così come musica o poesia”.

La definizione non fornisce molti elementi per risolvere il quesito; almeno, non a me in questo momento. Potrei provare a cavarmela definendo come “artistica” una espressione che sia originale, unica e irripetibile, creata dall'uomo utilizzando specifiche tecniche compositive, e capace di suscitare un'emozione; ma ciò non basta a delimitare con certezza il campo, ovvero a dire per esempio che Boccioni è arte e Cai Guo Jang no.

E allora?

Il mondo a venire” è un romanzo che lo letto recentemente, nuovo caso di letteratura americana contemporanea che fatico a leggere fino alla fine. In questo libro di Ben Lerner però ad un certo punto i due protagonisti scoprono l'”Istituto dell'arte irrecuperabile”, ovvero un posto dove si raccolgono (e poi si espongono, come nelle 'normali' gallerie e musei) opere che un tempo erano considerate d'arte, ma che per qualche ragione (perlo più un danneggiamento, magari impercettibile) hanno perso tale reputazione. Con gli occhi dei due personaggi si intuisce quanto a volte questa considerazione sia frutto di ragioni soggettive, magari meramente venali, che ben poco hanno a che fare con i cosiddetti 'canoni estetici' di valutazione. Uno di loro, ad esempio, afferma nel libro: “Esaminai la foto di Cartier-Bresson. Era passata dall’essere depositaria di un immenso valore finanziario all’essere dichiarata priva di valore senza subire, per quanto potessi vedere, nessuna percepibile trasformazione materiale: era la stessa cosa, solo totalmente diversa”.

Il dubbio, insomma, perdura. Esco dal Centro Pecci, mentre intorno si è fatta sera. Sotto le luci artificiali risalta la fisionomia dell'edificio-museo, chiaramente assimilabile a quella di un'astronave. A chiarirci i dubbi forse ci penseranno gli alieni.


Vigilante a guardia di Duchamp

sabato 15 ottobre 2016

Le bici di Aiweiwei, i migranti e il dilemma: cos'é arte?


"Forever" - installazione di biciclette-smbolo della Cina com'era


“Questa domanda me la fanno in molti, anche perché di solito non si può. Ma in questo caso sì, è possibile fare foto”. Cortile di palazzo Strozzi, Firenze, un sabato d'ottobre 2016: una quindicina di persone si assembrano attorno a Miriam, conduttrice designata per la visita guidata all'esposizione di Ai Wei Wei in corso nel palazzo; la prima, a quanto pare, che utilizza appieno gli spazi dell'edificio, per l'occasione sgombri di ogni tipo di arredo. La domanda sorge spontanea in diversi, e il nulla osta che la ragazza dà a fotocamere e smartphone dei visitatori smarca già questi ultimi – o almeno me – verso l'impressione di una mostra che non è tale. O meglio: che non di arte qui si tratta, o per lo meno non di quella con la A maiuscola la cui fama è di solito proporzionale al divieto di immortalarla quando esposta pubblicamente.

il serpente realizzato con gli zainetti degli studenti della scuola del Sichuan abbattuta dal terremoto del 2009

la riproduzione in marmo di una delle longarine della scuola del Sichuan piegate dal terremoto

un'altra delle opere 'pensate' da AiWeiWei e realizzata da artigiani di fiducia


Tre indizi fanno una prova, e di lì a poco Miriam ce ne fornisce un altro in questa direzione: “Tranne rare eccezioni, Ai Wei Wei non realizza personalmente le sue opere- precisa - le concepisce, lasciandole poi eseguire a persone di sua fiducia”. Già lo sospettavamo, osservando i circa cento zainetti cuciti assieme in forma di serpente gigante, le casse in legno pregiato che evocano le giovanissime vite perite nel terremoto del Sichuan, le carte da parati con effigi di alpaca e videocamere di sorveglianza; soprattutto, le 950 biciclette a marchio 'Forever' incastrate e impilate una sull'altra. Sul momento, la conferma suona già quasi come una condanna, che sembra pronta per esser conclamata nella Strozzina. Il più basso dei piani espositivi alloggia infatti centinaia di declinazioni dell'estetica-WeiWei in chiave social networks: selfie in ogni dove, e infinite replice del gesto del fucile fatto con la gamba. Tutto fuorché arte insomma: la storia del suo autore appare notevole come esempio di vita travagliata, coraggiosa, dissidente. Ma non propriamente tipica di un'artista.

O sì?

serie di selfie provenienti da tutto il mondo con il medesimo tema: il gesto del fucile

una visitatrice cinese controlla sul suo smartphone la foto appena scattata all'opera sovrastante


All'arte contemporanea si rinfaccia spesso il suo essere commerciale, speculativa, il puntare ad altro piuttosto che ad una genuina espressione creativa. Viceversa, in genere l'espressività artistica dei secoli trascorsi è comunemente più considerata arte 'vera' e spassionata. Se così fosse, allora il messaggio artistico dovrebbe prevalere su tutto e diffondersi il più possibile. Paradossalmente però, un Picasso o una Frida Khalo sono tendenzialmente omessi alla libera riproduzione, mentre un AiWeiWei si può tranquillamente fotografare e condividere, senza che nessuna guida o sorvegliante venga a richiamarci.

Il secondo indizio ci portava a squalificare AiWeiWei dal ruolo di artsta perchè non realizza in proprio le opere, tranne poche eccezioni. Ma allora dovremmo considerare artista solo il Giotto degli affreschi, quelli degli Scrovegni o di Assisi, e non anche quello che disegna il campanile del Duomo di Firenze lasciando ad altri l'onere di erigere i blocchi di marmo uno sull'altro? E il Brunelleschi della cupola, come lo consideriamo? O il Leonbattista Alberti di Santa Maria Novella?

Questioni da salotto o di lana caprina, si potrà obiettare: tanto più che questa disquisizione ci allontana dal vero succo di un'esposizione come quella di AiWeiWei. Che ha provocato il ben poco democratico stato cinese puntando il dito – e l'estro – contro la scelta di costruire scuole con materiali scadenti franate sopra migliaia di bambini nel 2009 (it sounds italian too, indeed..). Che ha volutamente – e mediaticamente – scioccato i perbenisti italiani costellando la rinascimentale facciata di palazzo Strozzi con i gommoni, ad evocare l'infiltrazione dei profughi nel nostro benessere. E alla fine il dubbio più forte è questo: vale la pena, questa mostra? Ha un senso pagare tra i 4 e 12 euro (più altri 9, in caso di visita guidata) per visitarla e 'sensibilizzarsi', quando quei 12 euro sono 5 volte la somma che un richiedente asilo ha a disposizione ogni giorno, durante il suo limbo in Italia?

la facciata di Palazzo Strozzi 'gommonata' da AiWeiWei

Da un punto di vista economico e pragmatico: no. Meglio devolverli direttamente a loro, trovando la forma congrua.
Ma è vero anche che quello che ci sta accadendo intorno non richiede solo risposte di cassa. Richiede anche cambiamenti di pensiero. Perché probabilmente senza quelli la sola 'cassa', che sia diretta o tramite gli sms solidali, prima o poi potrebbe non bastare. E allora anche l'arte, continua ad aver senso. Anche quella d AiWeiWei: perchè anche quella è arte, no?

Uscendo da palazzo Strozzi, pochi passi dopo ci troviamo di fronte Santa Maria del Fiore con il suo campanile, quello di Giotto. E il dubbio ricompare.



lunedì 19 settembre 2016

Escher, la geometria dello stupore


Star Wars Darth Vader MC Escher T-Shirt - da superheroden.com


Fantasia e precisione. Schermo piatto e terza dimensione. Islam e occidente. Elementi distanti, a volte opposti, che si affiancano compenetrano e arricchiscono reciprocamente. Maurits Cornelis Escher e' tutto cio', come ed anche piu' di quanto mi aspettavo. Lo realizzo visitando finalmente una sua retrospettiva a palazzo Reale di Milano, ampia e ben allestita, anche quanto a capacita' di interagire con lo spettatore: e non tanto grazie ai touch screen quanto per le sfere ed i pannelli che consentono di cimentarsi nei giochi visivi del protagonista.

L'attrazione per il segno di questo fiammingo novecentesco non e' nuova, per me come per tanti altri: da decenni sono svariate le citazioni delle sue opere sui media contemporanei, siano essi scene di blockbusters come Una notte al museo, copertine di dischi del Pink floyd o t-shirt di moda o da bancarella (come la reinterpretazione nella foto qui riprodotta: in vendita su superheroden.com). Personalmente, ignoravo pero' la varieta' di corrispondenze tra le sue 'tracce' e quelle di altri luoghi o persone assai ricche di suggestione per me. Con l'art nouveau in primis, milieu di provenienza del maestro di Escher Jasserun de Mesquita; con Vienna e il movimento artistico della Secessione, di cui Klimt fu alfiere; con il decorativismo arabo, magnificato in quell'Alhambra di Granada che Escher visito' due volte; con le originalita' dei suoi connazionali predecessori, ad esempio il Van Eyck dei coniugini Arnolfini che giustamente l'esposizione milanese pone ( in copia) di rimpetto alla Mano con sfera riflettente; con le vedute romane e con il Borromini, perfino con il Futurismo di Balla. E poi ancora con il cosmo infinito su cui molti dei disegni di Escher indugiano; con Stilo, Segesta, San Gimignano; nondimeno, con la Siena senza cielo che frequento' nel 1914. Soprattutto, con quella vocazione al gioco ed alla raffigurazione fantasiosa che molto spesso e' radice di cio' che considero vivo e innovativo. E si' che dev'esser stata tale per il suo tempo la sua opera-simbolo Metamorfosi, dove scacchiere diventano pesci che diventano uccelli che diventano campi che diventano scacchiere...tutto perfettamente incastonato.

Dalla mostra si esce con un senso di meraviglia che e' come un pieno di benzina per la nostra curiosita' interiore; specie se, come nel mio caso, compagni di visita sono bambini tutt'altro che annoiati. Nel suo piccolo (si fa per dire) Escher riuscì a raffigurare e far convivere armonicamente  elementi opposti che ognuno di noi necessariamente porta' dentro di se', ma che raramente riusciamo a conciliare: disegno e matematica, estro e rigore, regolarita' e attrazione per l'impossibile, spazi illimitati e riprova del nove.

Resta il cruccio del bianco e nero, scelta pressoche' esclusiva: Escher non si dedico' mai al colore, e chissa' cosa ne sarebe sortito. Anche questo stupisce un po': a rincarar la dose, dato che come lui usava dire "lo stupore e' il sale della terra".

lunedì 22 agosto 2016

Ascensioni estive: il lago Nero




Oggi mi chiedo se molti disastri non nascano proprio dalla scomparsa del cammino...”
(Paolo Rumiz, breviario vagabondo – il mondo oltre lo schermo del tablet, La Repubblica 5/8/2016)


Piccole esperienze ascensionali d'estate. Abetone, provincia di Pistoia, ultimo comune sul confine Tosco-Emiliano alle pendici dell'omonimo comprensorio montano. Stazione turistica non risparmiata da quel lento declino che sembra colpire inesorabilmente la maggior parte dei piccoli centri italiani. Lo raccontano gli occhi volitivi ma affaticati della titolare dell'hotel Excelsior (lo gestisce dal 1939, salvo una forzata parentesi per mano degli invasori tedeschi); lo racconta la voce della pizzicagnola del paese, che ad un villeggiante in cerca di una lavanderia a secco risponde “non ce n'è più una nel raggio di 50 chilometri”. Lo racconta, anche, il dopocena in piazza di un giovedì d'agosto: una quindicina di giovani impegnati sul campo di calcetto, altri 4 o 5 su una panchina con sguardi chini sugli smartphone, altrettanti ai tavolini di un bar. Poco o nulla più.


IL SENTIERO


Abetone significa l'offerta più ampia di piste da sci in Toscana. Ed una interessante sentieristica per le stagioni miti. Dall'Orto botanico forestale, in località Fontana Vaccaia, nella valle del torrente Sestaione, prende il via un percorso affascinante sin dal nome della sua mèta: Lago nero



Un'ora e mezza abbondante di camminata all'insù, molto spesso ripida (si parte a quota 1300, si arriva a 1730 metri), immersa in un bosco a tratti fitto di abeti bianchi, rossi e soprattutto faggi. Colonna sonora per la lenta risalita la fanno le acque del torrente, che spesso corrono a fianco del sentiero scorrazzando tra cascate e limpidi ristagni. Rari gli altri rumori; rarissime le voci umane. 

LA CASETTA




Nel mezzo di un impegnativo strappo in salita, a metà di un percorso condotto quasi in solitaria, c'è la casetta dei pastori. Ristrutturata recentemente dal Gruppo trekking Val Sestaione, fu teatro di nascondigli, rastrellamenti ed eccidi durante la seconda guerra mondiale, come ricorda un'opportuna lapide. Oggi fa da oasi per viandanti affaticati, o da pratica soluzione per braciate estive all'aria fina.


I PENDII


Dopo la casetta, il cammino verso il Lago Nero pone di fronte il primo dei due tratti più impegnativi. L'ultimo, quasi un'ora più tardi, ci imporrà di arrampicarci (ma non servono ramponi, un buon bastone è sufficiente) tra fusti d'albero e radici, facendo a meno del sentiero battuto. Una sollecitazione impegnativa che prelude ad un sollievo di proporzionale soddisfazione. In cima allo strappo finale la chioma delle alte piante si dirada, lasciando intravedere una brughiera che anticipa gioie per la vista. Si capisce che di lì a pochi istanti lo sguardo spazierà ad angolo giro, senza più ostacoli d'orizzonte sopra la testa o davanti agli occhi. E' la stessa sensazione provata esattamente due anni prima, in cima al percorso etneo cominciato al rifugio Citelli. Sollievo e soddisfazione che soffiano via la fatica e il respiro reso affannoso dalla pendenza.




IL LAGO

Scopriamo le cime dei monti e i loro crinali: l'alpe Tre potenze, il monte Gomito, quello curiosamente ribattezzato 'libro aperto', per via della sua forma. Distinguiamo anche l'artificiale innesto unano della stazione d'arrivo per l'ovovia, tante volte utilizzata in inverno. Altri pochi minuti a passo moderato, e finalmente ecco il lago: benché non nero, non delude perché in questa giornata di sole estivo (ma non opprimente) ben simboleggia il ruolo centrale dell'acqua, nell'armonico convegno di manifestazioni della natura. Il verde delle piante di mirtillo che disseminano i prati cangia con il grigio delle rocce e l'azzurro del cielo, che tutto sovrasta.


Poco sopra al lago una casupola adattata a bivacco; tutto intorno qualche tavolo per spuntino, escursionisti di varia specie ed età, spalmati sulla ulteriore rete di sentieri che da qui si prolunga verso le parti più alte dei monti. Micro-folle di villeggianti che godono della natura rispettandola e consentendo ad altri di fare serenamente altrettanto, Una manna per vista e cuore.

Dalla finestra del bivacco intravediamo i letti a castello a disposizione di chiunque voglia pernottare portandosi l'occorrente. Di fianco, un ristoro sui generis dove – voce non verificata direttamente – due giovani osti in kilt dispensano crostate al solo costo di un sorriso (ovvero: a offerta libera).

Il dislivello rende impegnativa anche la ridiscesa dal lago verso valle. Certo non quanto la salita, e in meno di un'ora siamo al punto di partenza; ovvero, all'ingresso dell'Orto botanico forestale. Che vale la visita, sia per l'assortimento di specie vegetali autoctone e non, sia per la passione con cui i volontari-studenti di scienze naturali fanno strada dispensando nozioni e curiosità. 



E una volta di più, poche righe non rendono giustizia alle sensazioni raccolte in cammino. E al benessere che ne consegue.



Dagli sciatti agli scialli, via Tiriolo

Tiriolo


A distanza di anni, la Calabria continua a meravigliare per sciatteria ambientale e architettonica. L'ultimo esempio in ordine di tempo: arrivo per la prima volta a Cropani marina e scorgo una palazzina di soli mattoni per ritto, incompleta perfino dello scialbo, già bellamente popolata come casa vacanze. Magari chi vi trascorre le ferie vive per il resto dell'anno in un'abitazione appena migliore, e passare qualche giorno in un edificio del genere appare il male minore. Il problema probabilmente sta a monte, in un'economia che anziché svilupparsi implode. Ancora una volta.

Però la Calabria è anche quel posto dove a volte trovi soluzioni, o almeno tentativi, che altrove non vedi. Anni fa conobbi Riace e la sua storia di accoglienza, antesignana di quell'attualità che ancora in questi giorni divide l'Italia sul “che farne” dei migranti. Stavolta è il turno di Tiriolo dove - stando a quanto letto nei mesi scorsi – un casuale ritrovamento archeologico ha stimolato energie sociali e imprenditoriali inedite, o almeno sopite. 

l'area di scavo


Complice l'entusiasmo di un archeologo del Nord, e la mescolanza tra la personalità sua e di alcuni autoctoni, i resti del “palazzo dei Delfini” (IV secolo AC) hanno propiziato una inedita aggregazione di forze in cerca di futuro, Per il momento, questa ha la forma – giuridica – di Scherìa, una cooperativa di comunità, variante applicativa del concetto di impresa sociale. 

Scialle Tessilart

Vico Cigala

Il telaio di Mirella Leone

A luglio di quest'estate ho provato a fare un blitz verso Tiriolo e questo famigerato palazzo. I miei propositi di visita hanno cozzato su un cancello chiuso, privo di cartelli recanti informazioni per l'accesso. In un tardo pomeriggio d'estate ci può anche stare, mi sono detto. Ho ripiegato su un giro tra i vicoli sali-scendi della parte vecchia del paese, scoprendoli ben più affascinanti di quel che avrei pensato. Qui l''antica e perduta tradizione dei vancali (scialle) di cui avevo sentito parlare, mi si è affacciata davanti agli occhi. Prima attraverso il cortile di un palazzo dove alcune anziane erano all'opera; poi dalla piccola ma elegante bottega artigiana Tessilart, la signora Mirella Leone prosegue caparbia l'insegnamento della madre, sbattendosi contro i venti contrari dei margini ridotti e del mercato massificato (“mi è rimasto un solo fornitore di seta, da Biella; quando chiuderà anche qui, non so dove troverà la materia prima” dice), e dando vita a prodotti pregevoli al tatto come alla vista,quanto non 'seriali'.

uno dei messaggi di lancio per Scherìa


La qualità archiettonica di Tiriolo è ben migliore di quanto si trova nei dintorni, Forse anche per questo qui c'è ancora il seme dell'utopia. Ai primi di agosto le mura del paese sono state decorate con una fitta serie di ignote impronte di mano. Abitanti, passanti e stampa locale hanno preso a chiedersi chi fosse l'autore, e cosa volesse dire. Stavolta però il messaggio nascosto non era minatorio: di lì a poco chiunque ha riconosciuto quelle stesse mani sui manifesti che annunciavano la nascita della cooperativa di comunità. Che ora si è svelata ufficialmente, piena di entusiasmi. E prossimamente vedremo se questi daranno vita ai fatti.

domenica 21 agosto 2016

Modena: il villaggio Ferrari e il condominio Panini



Enzo Ferrari detestava il colore rosa, e per questo motivo lo bandì in eterno dalla palette di possibili personalizzazioni per le vetture con il cavallino rampante. Un puro vezzo, che in fin dei conti rinforza ulteriormente il concetto di esclusività che è alla base del successo planetario di quel marchio. Un esempio, non solo per qualità di prodotto e per capacità commerciale: Ferrari è un fenomeno in cui l'essere inarrivabile per la maggior parte dei comuni mortali è proporzionale all'attaccamento di quella stessa moltitudine. Di solito non prediligo questo tipo di marchi elitari e relative storie; ma quando qualità del lavoro, coraggio (Formula 1), storie umane e passione collettiva si uniscono raggiungendo tali livelli, il fascino che ne consegue è innegabile e duraturo. 

immagine della prima sede Ferrari a Modena

Entrare nel mondo Ferrari dove questo ha 'casa', ovvero a Maranello, non fa che confermare queste impressioni. Nel locale Museo Ferrari (da pochi anni affiancato all'originaria Casa-museo Enzo Ferrari di Modena) alloggiano in quantità monoposto originali di Formula uno e modelli “stradali”; la ricostruzione dello studio di Enzo Ferrari e quella del paddock, i simulatori di gara e una “hall of fame” ricca di trofei, davvero suggestiva. 

berlinetta Ferrari

una delle monoposto che furono di Villeneuve

la "hall of fame"

i modellini degli 89 modelli corsa prodotti

il modello da corsa più recente

il primo modello da corsa prodotto
uno dei motori Ferrari F1

la riproduzione del paddock

la riproduzione dello studio di Enzo Ferrari

alcuni dei modelli originali F1


Moltiplica la curiosità soprattutto la visita all'interno della fabbrica, o meglio tra i viali che la attraversano, compiuta a bordo di una navetta dalla quale è vietato scattare foto. Il lavoro dei 3mila dipendenti in tuta rossa si intravede appena, dietro ai padiglioni ed alla galleria del vento disegnata da Renzo Piano. L'esperienza è comunque interessante, benché non economica (15 euro l'ingresso al museo, 25 il tour); è in linea con il posizionamento elitario, al pari del listino di gadget e capi di abbigliamento che si ritrovano nel vicino Ferrari Store. Proporzionalmente più economiche le tante proposte di giro in Ferrari (guidato o non) che promamano dai garage delle vie circostanti. Poco più in là, perfino un Istituto tecnico superiore porta il nome (e il marchio) Ferrari. Dal 1939 questa storia ha sempre avuto casa in questo comune, disdegnano ogni tentativo di delocalizzazione. Ce ne andiamo con la convinzione che il “made in Italy” continuerà ad avere un'accezione positiva fintanto che lo farà anche il marchio Ferrari (e Maranello). E viceversa.

L'ingresso principale dello stabilimento

L'ingresso al reparto corse


Ciò non toglie che il buon 'fatto in Italia” possa avere anche facce diverse. Nel giro di pochi minuti di tragitto in auto si passa da Ferrari a Edizioni Panini, ovvero dallo stabilimento da archistar ad una palazzina anni '60. In via Emilio Po a Modena ha sede il marchio leader mondiale nella produzione di figurine adesive, camuffato e immerso in un anonimo isolato urbano, Il portone è in grigio stile condominiale; la reception più scarna di quella di una Usl. Non c'è bookshop, men che mai uno spazio espositivo (in centro a Modena c'è il museo della Figurina, che però in estate resta chiuso per ben due mesi). L'unico spazio accessibile agli esterni è l'area clienti, ovvero un open space di forse 80 metri quadri dove una decina di operatori rispondono a mail e telefonate esterne, in mezzo ad un arredo quantomai essenziale. Praticamente nessuna concessione al visual merchandising, e la pur cordiale attenzione concessa al visitatore dal personale presente è limitata allo stretto indispensabile per reperire figurine mancanti o collezioni complete a saldo. 

la sede di Edizioni Panini
 
Tutto un altro mondo rispetto a Ferrari, e a ciò che immaginavamo: eppure anche questa è la faccia di un'Italia che il mondo apprezza. Al pari – meglio: al fianco – di luoghi come il Duomo di Modena e le sculture animali che vi forgiò sopra Wiligelmo.

Duomo di Modena - particolare

domenica 10 luglio 2016

Pellegrini con violini, e marketing relazionale




Zaino o bisaccia, bastone, cappello. I pellegrini li riconosci così, se non per il loro incedere per niente frettoloso, a volte stretti ai lati di lingue d'asfalto anche molto trafficati. Nel XX secolo la loro presenza era appannaggio quasi esclusivo del Nord della Spagna, destinazione Santiago de Compostela. Ora che i “cammini storici” sono stati fiutati come asset di sviluppo turistico, capita di vederne sempre più spesso anche in molte località d'Italia: lungo la Francigena, la via di Francesco, la Romea e via camminando.

Molto tempo fa, spesso i viandanti portavano scon loro anche un bagaglio musicale. Erravano per meditare, ma anche per spartire: storie, note, tradizioni canore. Erano i trobadores, il cui spargimento di idiomi ha poi dato luogo alle lingue europee moderne. Pellegrino e saltimbanco o artista da strada spesso coincidevano, e a pensarci appare naturale: de resto, i buskers contemporanei sono o non sono gente che si guadagna il domani saltando da un angolo all'altro del territorio, più o meno vasto che sia?



Riesumo queste conoscenze grazie a Stefano Gagliardi, titolare dell'omonima Galleria d'arte contemporanea a San Gimignano. Dove in questo periodo sono in mostra i pellegrini in terracotta di Stefano Zanni, artista ferrarese, che per dar loro sfumature di colore usa una singolare tecnica a soffio. Ai miei occhi quei pelllegrini appaiono come acrobati o sognatori; mi ricordano quelli visti un paio di estati fa, proprio in piazza della Cisterna a San Gimignano, grazie a Circomondo. E dunque, tout se tiens.

Sul finire, il gallerista mi spiega anche perché non espone diciture sotto alle opere esposte in galleria. E' una sottile tecnica di inbound marketing, o di relazione con il cliente che dir si voglia. Chi la ignora, e ne è curioso, faccia un salto da lui.