martedì 10 gennaio 2012

VALENCIA, A PETTI NUDI NEL PARCO

Arrivi all'aeroporto di Valencia e, per trasferirti in città, in 10 minuti sali su un vagone di metropolitana luminoso e pulito. Arrivi a quello di Pisa, al ritorno, e dopo mezz'ora d'attesa eccoti un avanzo di convoglio ferroviario olezzo, con poltrone letteralmente mangiate.
Sintesi come queste basterebbero per varie cose: per rendere il senso di cinque giorni a Valencia, per simboleggiare l'aria diversa che si respira oggi passando dall'Italia alla Spagna. Basterebbe, e sarebbe sin troppo facile: è il caso allora di menzionare anche le falle, ché ce ne sono, di una tra le città-simbolo dell'attuale dinamismo spagnolo. “Bologna per grandezza, Napoli per mentalità” ce l'ha definita detto un bagnino ligure, ex odontotecnico, trapiantato da 5 anni sulla Malvarrosa, lunga piatta e larga spiaggia cittadina. Si riferiva in parte all'incuria per la “cosa pubblica” che persiste a questa latitudine: ne sono prova gli avanzi di picnic consumati spesso sul bagnasciuga, con tanto di tavolino; o addirittura i tampax che galleggiano poco in là dalla riva.
E forse pensava, il bagnino, anche a certe manie di grandezza che non risparmiano politici e imprenditori locali, menefreghisti delle ragioni di un popolino che abita un quartiere pur storico (il Cabanyal, nato come villaggio di pescatori, oggi curiosa accozzaglia di casine a volte kitch) pur di realizzare la grande opera di turno, ovvero il prolungamento a mare delle avenidas che percorrono la città. La prossima di una serie, quanto a grandi opere, capitanate dalla “città delle arti e delle scienze”, vero trionfo di un profeta in patria (l'architetto Calatrava), vero (primo) acuto di notorietà contemporanea per la città. Una meraviglia del mondo da terzo millennio, che fa storcere la bocca a Marc, 36enne insegnante (“è costata tre volte le previsioni, che già erano alte. Con quei soldi si poteva far di tutto, dalla sanità ai servizi sociali”) e con lui a tanti valenciani, ma che certo ha dato il via ad una fase di sviluppo cittadino che ancora oggi sembra di là dal fermarsi, nonostante il “freno” immobiliare che colpisce tutta la Spagna.
Un acuto non effimero, in quanto non isolato: sia perché quanto a 'notizie', la città continua a dargli seguito (2007, America's cup; 2008, Gp di formula 1; oltre alle Biennali di cultura, dal 2001), ma soprattutto perché quella zona 'megalomane' della città è in realtà anche il culmine di un'area di certo singolare, frutto di una scelta controcorrente e, a veder oggi, lungimirante. La zona è il Turia, ovvero i 15 km di ex-letto di un fiume oggi trasformato in parco; la scelta, fu appunto quella (1957) di deviare l'acqua fuori città, per evitare il bis dell'alluvione appena avvenuto. Ne è uscito fuori un singolare “cuore in lunghezza” della città: verde, storico (i ponti sopravvissuti al cambio), estroso (i nuovi ponti, tra cui – inevitabile – quello di Calatrava) e soprattutto vivo: di gente che lo corre, lo cammina, lo pattina o lo passeggia con il cane, a tutte le ore del giorno e della notte. Chi si reca a Valencia per “sentito dire”, senza un reale approfondimento a monte sulla sua storia, si trova di fronte ad un inaspettato trait d'union tra il vecchio (il centro storico, notevole soprattutto per la paella di stili artistici che si rincorrono di calle in calle, o anche su uno stesso edificio) e il nuovo, che è appunto la Città della Arti ma anche il porto, il mare, l'oasi-laguna dell'Albufera.
Lungo il letto del Turia si respira una bell'aria, e non solo per i gelsomini e gli altri fiori che ancora a fine agosto attizzano le narici: più che i polmoni respira la mente, o almeno così ci è parso di sentire. C'è spesso gente che si bacia, e nessuno fa caso se il loro sesso è diverso o meno; e sulla spiaggia cittadina prende il sole in topless una donna su tre, comprese mamme e nonne. Per alcuni, come il bagnino ligure, è mancanza di decoro. Per altri è mancanza di ipocrisia: quella stessa che in Italia salva bikini e apparenze. E affossa le sostanze.


(agosto 2008)

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