domenica 7 settembre 2014

Catania, eleganza e decadenza


Catania moltiplica questo schema narrativo, e non solo per fattori demografici. la sequenza scoperte-contasti-emozioni si ingigantisce agli occhi del neofita nel piu' grande centro della Sicilia orientale. Nel conoscerla, mai avrei pensato di cominciare da una sede universitaria. Entrare al monastero dei Benedettini, sede di Lettere e filosofia, e ripetutamente affascinante: per i bugnati in facciata che rimandano ai Diamanti dell'omonimo palazzo ferrarese, le suggestioni moresche del giardino-chiostro, la prospettiva dei lunghi corridoi adibiti a sale di studio, il fuoco dei giovani occhi incorniciati da sembianze piene di vita che vi si aggirano.

D'altronde quella che vi si svolge intorno è una parte di città che appare viva e ricca di originali stimoli: l'anfiteatro-odeon, uno dei pochi lasciti romani sopravvissuti al sisma; il Nevsky, primo e comunistissimo pub a nascere in città, capostipite di una ridda di locali che di notte spianano folle su marciapiedi e scalinate di vicoli. E poi le singolari piastre commerciali di via de Plebiscito (solo negozi di divani o carne di cavallo), via santa Chiara (solo imprese funebri, oltre all'anagrafe), via "de' buttuni". Il filo rosso ( o meglio: nero-lava) che si dipana lungo il percorso e' il tono decadente delle architetture, scaturito dell'ampio ricorso alla pietra lavica, ma non solo. Graffiti e scritte sui muri presenti in misura spesso eccessiva (vedi la la notevole chiesa sconsacrata di San Nicolò che affianca il monastero ) denotano ad un tempo vivacità disagio e densità di menti e mani giovani. Il cuore del centro apparentemente fa eccezione, lasciando spazio a scenari da avvenente salotto urbano nella piazza del Duomo. 


 
Basta varcarne la più antica delle uscite (porta Utzari), ritrovandosi nei suoni e odori da fine mercato del pesce, per convincersi che Catania, metafora di Sicilia, non è fatta di soli luccichii. Basta girare tra i banchi della “Fera”, il mercato ambulante che va in scena ogni mattina poco distante, per vedere che il posto al sole non è solo per le cose belle e pulite, ma anche per i cd e dvd piratati al costo di un euro e le migliaia di altre merci vendute abitualmente senza un brandello di scontrino. 


 

Oppure informarsi su Librino, portato a esempio di riconversione sociale resa possibile grazie all'arte, e capire che quel quartiere resta tutt'altro che un posto da spensierate contemplazioni. Oppure ancora: gettare un occhio sulla cronaca, che durante i nostri giorni catanesi ha 'proposto' un familicidio (moglie-più-figlie) ad opera di un cittadino rimasto da tempo senza lavoro, e nuovi drammatici capolinea per gli orrendi scafi della morte che, dall'inizio del 2014, hanno già 'prodotto' quasi 1600 decessi tra persone in cerca di asilo o di un qualche lavoro. Per non dire della mafia, che in questi tempi se ne sta zitta, ma è lì.

Poi ci sono anche le 'ciminiere', ex sito industriale a ridosso del mare protagonista di una riconversione come centro culturale; il porto di Ognina, Aci trezza e i faraglioni di Polifemo, Aci castello con il suo maniero a forma di nave. E l'Etna, soggetto catalizzatore di un mondo a parte, ma non troppo.



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Siracusa, bellezza a sé

Poi c'è Siracusa. La meta di cui avevo maggiormente sentito parlar bene, negli ultimi tempi, tra quelle opzionate; ma al tempo stesso, quella di cui conoscevo meno cose in assoluto. La ricchezza del suo territorio, ad esempio. Fa troppo caldo per prendere ' di petto' la scoperta della città in pieno giorno, e allora nell'attesa ci ritroviamo sulla sabbia di Fontanebianche: chi ci fa strada punta sul lido Sayonara, uno stabilimento balneare che dovrebbe permetterci di fare doccia completa prima di lasciare il mare. Non sarà così, ciononostante la variante ci permette di trascorrere alcune ore in un'acqua stupenda, contornata da una struttura di livello, popolata ma non caotica, capace nelle notti di estate di ospitare esibizioni riempipista del calibro di Bob Sinclair o J Ax.


Arrivandoci, ci rendiamo conto che Avola è a un tiro di schioppo, poco più in là c'è Noto, ancora un po' e arriveremmo a Ragusa...anziché al volante ci sembra di essere nella vetrina di una pasticceria siciliana, dove ogni momento compaiono nuovi cannoli, impossibili da rifiutare. Riusciamo a resistere all'indigestione, promettendoci futuri ritorni in queste lande, per completare l'assaggio.
Ora è metà pomeriggio, orario sostenibile per visitare l'area archeologica di Siracusa. La luce è giusta per scrutare la prospettiva della città e del suo porto dalla sommità dell'anfiteatro greco. Il cuore sorride pensando che questo luogo va ancora esaurito a distanza di millenni dalle prime rappresentazioni di Eschilo (quest'anno è toccato alla sue “Vespe”), e si riscalda nel notare tra i visitatori vicino a noi anche una famiglia di colore, 'nonostante' il chador indossato da una delle donne (l'altra è una stupenda bambina).




Meravigliati per l'orecchio di Dioniso e la storia che vi si è consumata intorno, raggiungiamo a seguire la città, sul fare del tramonto. Non siamo in tempo quanto avremmo dovuto per poter apprezzare a pieno l'effetto della luce radente sui palazzi, ma quanto basta per accrescere di ora in ora la nostra meraviglia. Ortigia, l'isola-centro della città, ci appare un gioiello: non di quelli da guardare e non toccare, piuttosto una preziosità alla portata di tutti, ed a cui tutti sembrano aggiungere valore rispettandola. La piazza del Duomo è un salotto stupendo, il barocco ai suoi massimi, forse anche perché 'contaminato' con il passato (le colonne doriche incastonate nella cattedrale). Le vie d'intorno, e i palazzi che vi affacciano, formano un proscenio ideale, disposto con armoniosa casualità. Arrivare fino a castello Maniace, passando per la fontana di Diana è un compiacimento continuo. 








 

Quel che stupisce ancora di più è la vitalità del luogo. In una giovedì sera estivo uno sciamare continuo di persone, famiglie coppie gruppi, mai chiassose, spesso sorridenti. Turisti, ma ancor di più residenti o limitrofi. Vetrine originali, bar variopinti. E in seconda serata, frotte di giovani a piccoli gruppetti che continuano ad arrivare, destinati perlopiù ai diversi locali che propongono musica dal vivo. Fermandoci casualmente in un bar in cerca di una mezza minerale da portar via, ci imbattiamo casualmente in arie mediorientali e due ragazze intente nella danza del ventre, non per esibizione ma per puro diletto.

Esci da Ortigia convinto che a Siracusa si viva di bellezza, nel patrimonio condiviso come nella vita dei singoli che la abitano. Camminando tra l'isola e la stazione ferroviaria, dove abbiamo parcheggiato l'auto, rafforzi la tua convinzione notando come nessun edificio sia marcatamente dissonante o mostruoso, rispetto al resto dell'architettura eretta in varie epoche. C' è un palazzo pluripiano rimasto incompiuto privo di porte e finestre: una sbavatura che è oro, rispetto a quanto di ammezzato o madornale si osserva a in gran parte dei centri abitati della Calabria, per fare un paragone a portata di Stretto. E men che mai, a Siracusa come nel resto della Sicilia sin qui visitata, capita di osservare quei ferri arrugginiti che spuntano sui tetti delle abitazioni, in cerca di estensioni chissà quando future. 
 
Siracusa, dunque, splende; almeno ai nostri occhi superficiali. Splende a dispetto della sua notorietà secondaria, del non avere squadre calcistiche di grido (campione d'Italia sì, ma di...canoa-polo), del suo essere così 'lontana'. Chiedi com'è possibile, e ti rispondono che hanno saputo fare investimenti giusti, puntare sul turismo in modo efficace (vedi i pannelli informativi touch screen, predisposti anche per i 'selfies', installati da poco in vari punti del centro storico).

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