L'uno-due
di Genova il giorno dopo la ricorrenza della Liberazione, anno domini
2013: in basso, area porto antico, serpentoni di famiglie in coda per
entrare all'Acquario, in alto, sotto i portici di via Venti
settembre, un mendicante con esplicito cartello-appello ogni cento
metri. Nessuna della due immagini è realmente nuova, ma in una
fase come questa per questo Paese, assumono una valenza particolare.
Fanno il paio con le code d'auto in cerca di parcheggio e della prima
spiaggia stagionale, viste a Varazze il giorno prima, e con la
scarsità di gente in giro alla sera di quello stesso giorno.
Sensazioni miste, disarmoniche, un po' come il colpo d'occhio su
Genova tutta che si ottiene posizionandosi ai Magazzini del Cotone,
guardando verso l'interno. Oggi più che mai, Genova ti appare
tutto fuorché ordinata, dal lato urbanistico: ammassi di
stili e volumetrie, campanili affogati in scenografie dominate da
casermoni, e così via. Non per questo il disordine annienta il
fascino: scendere o salire tra le vie centrali e l'area del porto,
attraverso i carrugi, dà ancora il senso dell'intimità
di una città, benché in molti punti inevitabilmente
globalizzata. A giudicare da presenze e dal cartellone eventi, il
rilancio del porto sembra operazione efficace anche nel lungo
periodo; nelle vie principali l'assortimento commerciale sembra
ancora tener testa alla generale morìa di vetrine. Resistono
caffè invitanti, pasticcerie e soprattutto focaccerie, dove
torte salate e farinate danno calda sensazione di autenticità.
Mai quanto quella della signora con fazzoletto in testa ed almeno 70 anni addosso, che su uno sgabello lungo via degli Orefici dispensa suoni di fisarmonica e un sorriso sereno, nonostante il suo mendicare.
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