martedì 10 gennaio 2012

RIACE, I NUOVI BRONZI ARRIVANO COL BARCONE

C'era una volta un paese dove gli immigrati approdavano via mare, i residenti li accoglievano per dare nuova vita al borgo, e tutti insieme trasformavano in presente un futuro senza delinquenza e criminalità organizzata. Dalle favole alle realtà, quel paese un bel giorno si materializzò nel sud dell'Italia, laddove anni prima erano riemerse dal mare due tra le più belle sculture di sempre: lo fece laggiù e forse mai più altrove, ma questo è ancora da dimostrare.


Quel borgo è Riace, 800 abitanti circa, confine nord della provincia più a sud d'Italia, isole escluse. E' qui che da una decina d'anni ha preso forma, gradualmente, l'utopia possibile dell'integrazione in vece dei centri di identificazione temporanea; da poco se ne è accorto anche il cinema e quest'estate i media di tutto il mondo, grazie alla storia di Ramadullah e Wim Wenders. Ma Riace è ben più che scenografia, da un tempo ormai abbastanza lungo per non poterla considerare un'esperienza effimera.


Nel 1998 erano già passati un bel po' di anni da quando i famosi Bronzi furono ripescati e poi trasferiti altrove. Con la popolarità del momento se n'erano andate scemando anche le occasioni di lavoro: viceversa, da qualche tempo gli sbarchi di clandestini a Riace marina e dintorni cominciavano a farsi più numerosi dei residenti residui. Domenico Lucano, all'epoca insegnante 40enne, ha allora l'intuizione-ambizione di convertire quel 'problema' in una opportunità di rivitalizzazione per il paese che sta morendo. Di lì a poco nasce “Città futura”, organismo no profit che punta a creare presupposti di inserimento lavorativo (e quindi sociale) per i profughi in arrivo dal Kurdistan, dall'Afghanistan, dall'Eritrea. Qualche anno più tardi, nel 2004, Lucano alza la posta, candidandosi a sindaco con un unico punto di programma elettorale: utilizzare le case abbandonate in paese dai riacesi emigrati per alloggiare immigrati disposti a ricreare la comunità, e ad imparare un mestiere. Viene eletto (lista 'un'altra Riace è possibile', orientata a sinistra), e così anche nel 2009.


Così oggi Riace è un microcosmo multietnico, dove bimbi bianchi, scuri o dai tratti orientali sono tornati a sciamare per le strade oltre che a scuola; dove accesi colori ravvivano l'arredo urbano, e antiche conoscenze sono tornate a vivere in nuove botteghe. E dove, peraltro, il lavoro di 'trincea' non è mai cessato. Eloquente è fare un salto in un giorno qualsiasi d'estate a palazzo Pinnarò, ex residenza di una storica famiglia locale, recuperata come sede di Città futura: in una sala trovi giovani afghani di fresco sbarco, nell'altra il Sindaco che ragiona sulla loro dislocazione assieme a giovani riacesi, o parla al telefono con le istituzioni cointeressate. “A volte ci troviamo a dover far fronte a nuovi sbarchi al ritmo di 100 persone al giorno – racconta Lucano - a momenti pensi che è impossibile andare avanti. Ma se dovessi indicare realmente il limite di resistenza del sistema-Riace, non saprei. Perché ogni giorno ci riprepariamo all'impossibile”.

Un lavoro che sa di rompicapo, in primo luogo per reperire le risorse: avviato con un mutuo Banca etica da 5mila euro, il progetto Città futura ha beneficiato negli anni del programma Sprarl per i richiedenti asilo (con una diaria da 20 euro per ogni rifugiato) ed è periodicamente rimesso in valutazione per ottenere fondi attraverso bandi pubblici. I quali, in verità, sarebbero alla portata anche di altri comuni, che salvo poche eccezioni (la vicina Caulonia ha avviato un'esperienza simile) evitano tuttavia di cimentarsi: “a mio avviso una Riace è possibile anche altrove – dice Lucano – ma dipende dalle persone. Di certo devi dare molto: la vita, in pratica”. Un sacrificio che attualmente pare in grado di tenere alla larga non solo la microcriminalità (“furti o scippi sono parole sconosciute da anni” conferma il Sindaco) ma soprattutto quella organizzata e feroce, in Calabria più che mai, che “si fa sentire sotto elezioni, ma Riace sfugge alle dinamiche mafiose locali. Forse perché ha puntato su un'economia diffusa”. L'ultimo delitto, vittima l'esponente di una cosca vibonese, risale a poco più di un anno fa. Era il 27 settembre, giorno in cui il paese – altro miracolo locale – si trasforma ogni anno in una città aperta ai Rom, che festeggiano i santi Cosma e Damiano. L'anno scorso però, dice con stizza il Sindaco, i nomadi non hanno avuto accesso alla Casa del pellegrino. La struttura, gestita dalla Chiesa, è rimasta chiusa anche in occasione dello sbarco di 122 immigrati, il 20 agosto scorso. “A parer mio, se a Locri fosse stato ancora vescovo Bregantini non sarebbe andata così” conclude Lucano. Ma questa, ormai, è un'altra storia.

(settembre 2010 -  pubblicato su mixamag.it)

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