domenica 27 aprile 2014
Il vestito di Frida
Nel mio Messico visto nel 2004, Frida Kahlo non c'era. O meglio affiorava marginalmente dalle note della Lonely planet, e dalle descrizioni di chi ci guidò in giro per lo Yucatan. Gli anni seguenti hanno colmato parzialmente la lacuna, fino al 'toccare con mano' (o quasi) della più grande esposizione mai dedicatale, in corso questa primavera a Roma. Nel frattempo avevo letto Galeano, le vicende delle maquiladoras e quelle dei Narcos. Così, oggi, quelle tele quasi sempre autobiografiche appaiono come una sintesi efficace quanto drammatica e tutt'ora attuale di contrapposizioni che caratterizzavano quel Messico, e probabilmente lo segnano tutt'ora. Quella tra (certi) uomini e donne, e quella tra (un certo) Occidente sviluppato e il mondo altro, indigeno, contadino, (ex?) colonizzato. Uno stato di cose simboleggiato al meglio in un'opera che la Khalo intitolò “il mio vestito è appeso là”. Là, dove forse sta tutt'ora.
sabato 5 ottobre 2013
Ventagli di Squillace
Te
lo trovi d'improvviso davanti, sotto all'ombrellone. Sembra un
coetaneo di tuo figlio, di poco appena più grande, sui dieci anni
forse, in procinto di chiedergli di giocare insieme sulla spiaggia.
Invece
sta vendendo ventagli, questo è il suo passatempo imposto per tutta
quella giornata di sole a picco sul mare di Squillace. Ti lascia
senza parole, l'istinto ti matura in viso la consueta smorfia che
opponi a chi non dovrebbe chiederti elemosina, perché nelle tue
aspettative di cittadino civile dovrebbe provvedere lo stato sociale
ad evitare che te lo chieda. Eppure ti rendi conto che in questo
caso, più che mai, quel tuo gesto è immediato quanto vuoto. Meglio
fa tua moglie, che quantomeno gli offre chicchi d'uva, che lui non si
fa pregare di accettare, ringraziando.
Se
ne va via assaporandoli, riprendendo il suo incedere a zig zag tra
gli ombrelloni, quasi da scheggia impazzita.
Riappare
nel pomeriggio, sul bagnasciuga, mentre tu tuo figlio e i suoi cugini
state giocando con la palla. Stavolta ha in mano degli accendigas,
mentre il volto più sorridente del mattino sembrerebbe in procinto
di dirti “eccomi, gioco anch'io”. Invece ai piedi ha sandali
chiusi, stenta nel riprendere la sua strada sulla sabbia; da
imbonitore forzato stenta a fare una proposta senza convinzione ad
uno degli ombrelloni nei paraggi.
Non
è solo, stavolta: tra le file dei villeggianti si accoda una
bambina, probabilmente sua sorella, nella cui mano appaiono i
ventagli della mattina. Poco più avanti c'è un adulto, penso il
padre, con altre minutaglie in mano. Il passo è spedito, segnale
inconscio che va a finire una giornata che magari non è andata male,
come vendite; sembra una sereno menage familiare, eppure quella vista
ti lascia ancora muto e sgomento. Vorresti magari che tuo figlio non
vedesse queste scene. Di più: vorresti che nessuno le vedesse, se
non si verificassero. L'istinto ti porta a prendertela mentalmente
con chi fa le veci di quei bimbi, un pensiero superficialmente
succube di una visione che ignora le verosimili attenuanti che a
quegli adulti potrebbero essere concesse da un destino molto più
gravoso della loro volontà.
La
mente appena più lucida corre al ricordo di quel bambino di Petra,
a cui comprasti un amuleto dietro la promessa che il giorno dopo
sarebbe andato a scuola; od a quei profughi che in quest'estate
calabrese tornano di nuovo in brutale attualità.
Brandelli
di pensiero buoni per ravversare il tuo presente, o per render ancora
più effimero il tuo voler 'evadere' dal quotidiano, mentre il
quotidiano di tante gente sulla terra è ancora questa.
Iscriviti a:
Post (Atom)
